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7 Luglio 2026
Web marketing

Le keyword non bastano più: come Google AI Mode sta cambiando la SEO

Parto da una considerazione che ho già condiviso su LinkedIn: negli Stati Uniti Google AI Mode è ormai pienamente operativo, e presto arriverà anche da noi. Non è una novità da seguire con curiosità da lontano: è un cambiamento strutturale nel modo in cui le persone cercano informazioni online. E chi non si muove adesso, quando AI Mode sarà attivo anche in Italia, si ritroverà a guardare i dati chiedendosi perché il traffico è crollato.

Partiamo dai numeri, perché raccontano già tutto:

  • Le query sono triplicate in lunghezza
  • 1 ricerca su 6 è vocale
  • Le ricerche legate alla pianificazione crescono dell’80% più velocemente della media, quelle di brainstorming del 30%
  • La ricerca per immagini cresce del 40% ogni mese

Cosa ce ne facciamo di questi dati? La conclusione è una sola: la tastiera non è più il punto di partenza e le parole chiave, da sole, non bastano più.

Se hai già letto il mio articolo sulle tipologie di keyword nella SEO, questo è il capitolo che aggiorna tutto alla luce dell’AI. Vediamo cosa cambia davvero.

Le persone non cercano più: chiedono la soluzione!

Per anni abbiamo digitato due o tre parole secche: “agenzia web Varese”, “costo sito e-commerce”. Oggi non è più così. Le persone scrivono — e sempre più spesso parlano — a Google come parlerebbero a un esperto seduto di fronte a loro.

Qualche esempio reale di domande che oggi poniamo:

  • “Quale soluzione mi consigli per il mio nuovo e-commerce?”
  • “Dove dovrei andare in vacanza con bambini piccoli e budget limitato?”
  • “Idee per migliorare la comunicazione della mia azienda manifatturiera.”

Nota la differenza: non si cercano informazioni da setacciare, si chiede una soluzione. Le persone usano il web per prendere decisioni, non solo per documentarsi. E quando fai una domanda completa, ti aspetti una risposta completa, non dieci link da aprire uno a uno.

In questa immagine ti riporto un esempio ossia di una risposta diretta data dall’Ai Overview di Google.

Esempio di ricerca tramite AI Overview

Tutto questo ha un impatto diretto sulle long tail keyword: le ricerche lunghe e specifiche non sono più un’eccezione, sono diventate la norma. Solo che non assomigliano più a una lista di parole chiave: assomigliano a una conversazione.

Quali keyword perdono valore (e quali no)

Qui sta il punto che mi interessa di più, perché è quello che cambia la strategia in concreto. Non tutte le tipologie di keyword vengono colpite allo stesso modo.

Keyword informazionali: le più a rischio. Sono quelle con cui l’utente vuole capire qualcosa: “cos’è la SEO”, “come funziona una landing page”. Sono esattamente le query che le AI Overview e AI Mode risolvono direttamente nella risposta, senza che l’utente clicchi più nulla. Il caso più citato è quello di HubSpot, che ha perso tra il 70% e l’80% del traffico organico proprio perché l’AI ha iniziato ad assorbire le ricerche informative che per anni avevano alimentato la sua crescita. Se tutta la tua strategia di contenuti è costruita su articoli generici che spiegano concetti di base, sei nella categoria più esposta.

Keyword transazionali: molto più protette. Quando l’utente è pronto all’acquisto — “consulente SEO Varese”, “preventivo sito e-commerce” — Google ha tutto l’interesse a mostrargli risultati e annunci, non a tenerlo dentro una risposta AI. Le keyword commercialmente più preziose, quelle dove c’è un mercato pubblicitario, restano in gran parte intatte. Tradotto: l’utente vicino alla conversione lo intercetti ancora come prima, e questa è una buona notizia.

Keyword di brand: ancora più importanti. Le AI costruiscono le loro risposte attingendo da dove il tuo marchio viene nominato e citato. Più sei presente, riconosciuto e menzionato in giro — recensioni, forum, contenuti di valore — più hai probabilità di finire dentro le risposte. Il brand non è più solo immagine: è un segnale che l’AI usa per decidere di chi fidarsi.

Da “posizionarsi” a “essere citati”

È il cambio di mentalità più grande. Per anni l’obiettivo è stato arrivare primi nella lista dei risultati. Oggi l’obiettivo diventa essere la fonte citata dentro la risposta dell’AI.

Si chiama GEO (Generative Engine Optimization) o AEO (Answer Engine Optimization), ma il nome conta poco. Quello che conta è il risultato: i brand citati all’interno delle risposte AI ottengono in media il 35% di clic organici in più rispetto a chi non viene mai menzionato. Non è più una gara di posizioni: è una gara per diventare la voce che l’AI sceglie di riportare.

La long tail torna protagonista (con un’avvertenza)

C’è una buona notizia in tutto questo, ed è per chi lavora bene. Le query lunghe, specifiche e legate a una situazione concreta sono oggi tra le più difendibili: più la domanda è precisa, più è difficile per un riassunto automatico soddisfarla davvero, e più è probabile che l’utente clicchi sulla fonte che risponde esattamente al suo caso.

L’avvertenza è questa: non vale per tutte le long tail. Una ricerca lunga ma puramente informativa e generica (“come si scrive un titolo SEO”) l’AI te la mangia senza problemi. Quella che resiste è la long tail situazionale, quella che contiene il contesto: “per un’azienda manifatturiera”, “con budget limitato”, “senza un reparto marketing”. È lì che il tuo contenuto specifico batte la risposta generica.

Meno clic, ma di qualità più alta

Va detto chiaramente, senza girarci intorno: il traffico totale cala. Oggi circa il 60% delle ricerche su Google si conclude senza alcun clic, e con le AI Overview la percentuale sale ancora. È il fenomeno dello zero-click search, ed è inutile far finta che non esista.

Ma c’è il rovescio della medaglia, ed è importante: chi clicca dopo essere passato da una risposta AI arriva sul sito molto più deciso. Questi visitatori restano più a lungo (in media il 38% in più), vedono più pagine e convertono meglio. Meno traffico, ma più qualificato. Per chi vende un servizio, è un cambio che può addirittura migliorare i risultati, se il sito è pronto ad accogliere quel tipo di utente.

Cosa fare concretamente, da oggi

Basta teoria, ecco cosa metto in pratica con i clienti — e cosa ti consiglio di iniziare a fare subito:

  1. Scrivi per le persone, non per le macchine. I contenuti superficiali, generici, costruiti solo per “piazzare la keyword” hanno smesso di funzionare. Servono contenuti che dimostrino competenza reale e che rispondano davvero a una domanda.
  2. Usa titoli in forma di domanda. Struttura H2 e H3 come le domande che fa il tuo cliente. Sono esattamente i formati che l’AI cerca per estrarre le risposte.
  3. Rispondi subito e in modo autonomo. Apri ogni sezione con una risposta diretta e auto-contenuta di 40-60 parole. L’AI cerca passaggi che possa “prelevare” e citare: rendiglielo facile.
  4. Ragiona per cluster di intenti, non per singole keyword. Invece di una keyword per pagina, copri tutte le domande collegate a un tema. Una pagina che risponde all’intera famiglia di domande vale più di dieci pagine che inseguono una parola ciascuna.
  5. Cerca le keyword in modo nuovo. Mappa le domande reali con strumenti come “People Also Ask” o AlsoAsked, filtra in Search Console le query che iniziano con cosa, come, perché, quale, e — perché no — chiedi direttamente all’AI quali domande si pongono i tuoi clienti su un certo tema. È il modo più rapido per capire come parla davvero il tuo pubblico.

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