Parto da una considerazione che ho già condiviso su LinkedIn: negli Stati Uniti Google AI Mode è ormai pienamente operativo, e presto arriverà anche da noi. Non è una novità da seguire con curiosità da lontano: è un cambiamento strutturale nel modo in cui le persone cercano informazioni online. E chi non si muove adesso, quando AI Mode sarà attivo anche in Italia, si ritroverà a guardare i dati chiedendosi perché il traffico è crollato.
Partiamo dai numeri, perché raccontano già tutto:
- Le query sono triplicate in lunghezza
- 1 ricerca su 6 è vocale
- Le ricerche legate alla pianificazione crescono dell’80% più velocemente della media, quelle di brainstorming del 30%
- La ricerca per immagini cresce del 40% ogni mese
Cosa ce ne facciamo di questi dati? La conclusione è una sola: la tastiera non è più il punto di partenza e le parole chiave, da sole, non bastano più.
Se hai già letto il mio articolo sulle tipologie di keyword nella SEO, questo è il capitolo che aggiorna tutto alla luce dell’AI. Vediamo cosa cambia davvero.
Le persone non cercano più: chiedono la soluzione!
Per anni abbiamo digitato due o tre parole secche: “agenzia web Varese”, “costo sito e-commerce”. Oggi non è più così. Le persone scrivono — e sempre più spesso parlano — a Google come parlerebbero a un esperto seduto di fronte a loro.
Qualche esempio reale di domande che oggi poniamo:
- “Quale soluzione mi consigli per il mio nuovo e-commerce?”
- “Dove dovrei andare in vacanza con bambini piccoli e budget limitato?”
- “Idee per migliorare la comunicazione della mia azienda manifatturiera.”
Nota la differenza: non si cercano informazioni da setacciare, si chiede una soluzione. Le persone usano il web per prendere decisioni, non solo per documentarsi. E quando fai una domanda completa, ti aspetti una risposta completa, non dieci link da aprire uno a uno.
In questa immagine ti riporto un esempio ossia di una risposta diretta data dall’Ai Overview di Google.

Tutto questo ha un impatto diretto sulle long tail keyword: le ricerche lunghe e specifiche non sono più un’eccezione, sono diventate la norma. Solo che non assomigliano più a una lista di parole chiave: assomigliano a una conversazione.
Quali keyword perdono valore (e quali no)
Qui sta il punto che mi interessa di più, perché è quello che cambia la strategia in concreto. Non tutte le tipologie di keyword vengono colpite allo stesso modo.
Keyword informazionali: le più a rischio. Sono quelle con cui l’utente vuole capire qualcosa: “cos’è la SEO”, “come funziona una landing page”. Sono esattamente le query che le AI Overview e AI Mode risolvono direttamente nella risposta, senza che l’utente clicchi più nulla. Il caso più citato è quello di HubSpot, che ha perso tra il 70% e l’80% del traffico organico proprio perché l’AI ha iniziato ad assorbire le ricerche informative che per anni avevano alimentato la sua crescita. Se tutta la tua strategia di contenuti è costruita su articoli generici che spiegano concetti di base, sei nella categoria più esposta.
Keyword transazionali: molto più protette. Quando l’utente è pronto all’acquisto — “consulente SEO Varese”, “preventivo sito e-commerce” — Google ha tutto l’interesse a mostrargli risultati e annunci, non a tenerlo dentro una risposta AI. Le keyword commercialmente più preziose, quelle dove c’è un mercato pubblicitario, restano in gran parte intatte. Tradotto: l’utente vicino alla conversione lo intercetti ancora come prima, e questa è una buona notizia.
Keyword di brand: ancora più importanti. Le AI costruiscono le loro risposte attingendo da dove il tuo marchio viene nominato e citato. Più sei presente, riconosciuto e menzionato in giro — recensioni, forum, contenuti di valore — più hai probabilità di finire dentro le risposte. Il brand non è più solo immagine: è un segnale che l’AI usa per decidere di chi fidarsi.
Da “posizionarsi” a “essere citati”
È il cambio di mentalità più grande. Per anni l’obiettivo è stato arrivare primi nella lista dei risultati. Oggi l’obiettivo diventa essere la fonte citata dentro la risposta dell’AI.
Si chiama GEO (Generative Engine Optimization) o AEO (Answer Engine Optimization), ma il nome conta poco. Quello che conta è il risultato: i brand citati all’interno delle risposte AI ottengono in media il 35% di clic organici in più rispetto a chi non viene mai menzionato. Non è più una gara di posizioni: è una gara per diventare la voce che l’AI sceglie di riportare.
La long tail torna protagonista (con un’avvertenza)
C’è una buona notizia in tutto questo, ed è per chi lavora bene. Le query lunghe, specifiche e legate a una situazione concreta sono oggi tra le più difendibili: più la domanda è precisa, più è difficile per un riassunto automatico soddisfarla davvero, e più è probabile che l’utente clicchi sulla fonte che risponde esattamente al suo caso.
L’avvertenza è questa: non vale per tutte le long tail. Una ricerca lunga ma puramente informativa e generica (“come si scrive un titolo SEO”) l’AI te la mangia senza problemi. Quella che resiste è la long tail situazionale, quella che contiene il contesto: “per un’azienda manifatturiera”, “con budget limitato”, “senza un reparto marketing”. È lì che il tuo contenuto specifico batte la risposta generica.
Meno clic, ma di qualità più alta
Va detto chiaramente, senza girarci intorno: il traffico totale cala. Oggi circa il 60% delle ricerche su Google si conclude senza alcun clic, e con le AI Overview la percentuale sale ancora. È il fenomeno dello zero-click search, ed è inutile far finta che non esista.
Ma c’è il rovescio della medaglia, ed è importante: chi clicca dopo essere passato da una risposta AI arriva sul sito molto più deciso. Questi visitatori restano più a lungo (in media il 38% in più), vedono più pagine e convertono meglio. Meno traffico, ma più qualificato. Per chi vende un servizio, è un cambio che può addirittura migliorare i risultati, se il sito è pronto ad accogliere quel tipo di utente.
Cosa fare concretamente, da oggi
Basta teoria, ecco cosa metto in pratica con i clienti — e cosa ti consiglio di iniziare a fare subito:
- Scrivi per le persone, non per le macchine. I contenuti superficiali, generici, costruiti solo per “piazzare la keyword” hanno smesso di funzionare. Servono contenuti che dimostrino competenza reale e che rispondano davvero a una domanda.
- Usa titoli in forma di domanda. Struttura H2 e H3 come le domande che fa il tuo cliente. Sono esattamente i formati che l’AI cerca per estrarre le risposte.
- Rispondi subito e in modo autonomo. Apri ogni sezione con una risposta diretta e auto-contenuta di 40-60 parole. L’AI cerca passaggi che possa “prelevare” e citare: rendiglielo facile.
- Ragiona per cluster di intenti, non per singole keyword. Invece di una keyword per pagina, copri tutte le domande collegate a un tema. Una pagina che risponde all’intera famiglia di domande vale più di dieci pagine che inseguono una parola ciascuna.
- Cerca le keyword in modo nuovo. Mappa le domande reali con strumenti come “People Also Ask” o AlsoAsked, filtra in Search Console le query che iniziano con cosa, come, perché, quale, e — perché no — chiedi direttamente all’AI quali domande si pongono i tuoi clienti su un certo tema. È il modo più rapido per capire come parla davvero il tuo pubblico.